Chirurgia cardiaca e circolazione extracorporea, The New England Journal of Medicine: “Emodiluizione normovolemica acuta non riduce le trasfusioni di sangue”

Un ampio studio clinico randomizzato e internazionale, coordinato dall’IRCCS Ospedale San Raffaele, ha messo in discussione l’efficacia di una tecnica finora considerata utile nel ridurre il ricorso a trasfusioni di sangue allogenico in pazienti adulti sottoposti a chirurgia cardiaca con bypass cardiopolmonare (CPB): l’emodiluizione normovolemica acuta, nota anche come ANH. La procedura consiste nel prelevare, poco prima dell’intervento, una parte del sangue del paziente e sostituirla temporaneamente con soluzioni liquide (come salina o colloidi), in modo da mantenere costante il volume di sangue in circolo. L’idea alla base della tecnica è rendere il sangue più “diluito” affinché le eventuali perdite durante l’intervento comportino una minore perdita effettiva di globuli rossi. Tuttavia, i risultati della ricerca, pubblicati su The New England Journal of Medicine, evidenziano come l’ANH non diminuisca di fatto il numero di pazienti che necessitano di trasfusioni durante il ricovero ospedaliero e non influenzi significativamente il rischio di complicanze emorragiche o ischemiche.

Nel contesto attuale, la riduzione delle trasfusioni non è solo una questione clinica, ma anche economica. Le trasfusioni comportano costi elevati, rischi per i pazienti e dipendenza da una risorsa limitata come il sangue. Per questo motivo, sono state sviluppate strategie per ridurre la necessità di trasfusioni, tra cui l’emodiluizione normovolemica acuta (ANH). Precedenti studi di dimensioni ridotte e metanalisi avevano suggerito un potenziale beneficio di questa tecnica non solo nella riduzione del numero delle trasfusioni, ma anche nella riduzione del rischio di sanguinamenti e complicanze emorragiche dopo l’operazione.

Nonostante le raccomandazioni presenti in alcune linee guida internazionali, mancava una robusta evidenza clinica proveniente da studi ampi e ben condotti sull’efficacia dell’ANH nella pratica cardiochirurgica contemporanea. Partendo da questa incertezza, la ricerca ha quindi valutato se l’emodiluizione normovolemica acuta sia in grado di ridurre il numero di pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca con bypass cardiopolmonare che necessitano di almeno 1 trasfusione di sangue allogenico durante il ricovero ospedaliero.

LO STUDIO

Lo studio condotto dall’IRCCS Ospedale San Raffaele, il più grande mai condotto su questo tema, ha coinvolto 2.010 pazienti provenienti da 32 Centri in 11 Paesi assegnati in modo casuale a ricevere o meno l’ANH durante chirurgia cardiaca, subito prima del bypass cardiopolmonare. I dati sono presentati in occasione del Critical Care Reviews Meeting 2025 CCR25 Scientific Programme, a Belfast.

I RISULTATI

I risultati hanno mostrato che non vi è stata alcuna differenza significativa nel numero di pazienti che hanno ricevuto almeno una trasfusione di sangue allogenico: il 27,3% nel gruppo ANH rispetto al 29,2% nel gruppo di controllo. Una differenza troppo piccola per essere considerata rilevante dal punto di vista clinico o statistico. Anche sul fronte della sicurezza non sono state riscontrate differenze significative tra i 2 gruppi per quanto riguarda la mortalità a 30 giorni, le complicanze ischemiche o i danni renali acuti. Inoltre, l’ANH non è apparsa modificare il rischio di reintervento chirurgico per sanguinamento. Difatti, nel gruppo trattato con ANH si è osservata un’incidenza del 3,9% di reinterventi chirurgici, contro il 2,7% osservata nel gruppo controllo.

Grazie alle dimensioni e al disegno multicentrico e randomizzato, lo studio offre l’analisi più completa sull’efficacia dell’emodiluizione normovolemica acuta in Cardiochirurgia. Contrariamente a quanto suggerito da precedenti studi di portata limitata, questo trial di grandi dimensioni non ha dimostrato un beneficio dell’ANH nella riduzione delle trasfusioni in cardiochirurgia. I ricercatori concludono che, tra i pazienti adulti sottoposti a chirurgia cardiaca con bypass cardiopolmonare, l’emodiluizione normovolemica acuta non riduce la necessità di trasfusioni di sangue allogenico e non sembra migliorare gli esiti clinici. Anzi, si è osservata una tendenza verso un aumento dei reinterventi per sanguinamento nel gruppo ANH.

“Questo studio multicentrico e randomizzato fornisce una risposta chiara sull’efficacia dell’emodiluizione normovolemica acuta in cardiochirurgia”, dichiara il dott. Fabrizio Monaco, primo autore dello studio e responsabile delle sale operatorie Cardio-Toraco-Vascolari dell’IRCCS Ospedale San Raffaele. “I nostri risultati suggeriscono che questa tecnica, ampiamente utilizzata, non riduce significativamente la necessità di trasfusioni di sangue allogenico e potrebbe persino essere associata a un aumento del rischio di reintervento per sanguinamento. È fondamentale che la pratica clinica si basi su evidenze solide come quelle che abbiamo ottenuto.”

“Le ricerche che non mostrano differenze o producono risultati negativi sono importanti quanto quelli con esiti positivi”, afferma il prof. Eric Rubin, editor-in-chief del New England Journal of Medicine, invitato dagli studenti di Medicina dell’Università Vita-Salute San Raffaele a discutere delle linee guida che portano la rivista scientifica a scegliere gli studi che possono impattare sulle pratiche cliniche. “Mettono in discussione pratiche consolidate, evitano l’uso non necessario di interventi inefficaci e, in ultima analisi, contribuiscono a una cura migliore e basata sull’evidenza.”

“I risultati della ricerca – dichiara il prof. Giovanni Landoni, coordinatore dello studio, direttore del Centro di Ricerca Anestesia e Rianimazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, ordinario presso l’Università Vita-Salute San Raffaele – spostano quindi l’attenzione su altri aspetti che si dovranno tenere in considerazione nella gestione del malato sottoposto ad intervento cardiochirurgico a rischio di trasfusioni perioperatorie, valutando di poter destinare risorse umane ed economiche ad altri specifici interventi che potrebbero essere di maggiore efficacia, come l’ulteriore miglioramento dell’emostasi chirurgica; l’utilizzo di test per valutare prontamente la coagulazione al letto del malato; la diminuzione delle soglie che portano a trasfondere i malati; il recupero, purificazione e reinfusione del sangue perso durante l’intervento; l’ottimizzazione preoperatoria del paziente tramite somministrazione di supplementi nutrizionali e farmaci che possono aumentare i valori di emoglobina.”

“Questo lavoro dimostra la capacità del nostro istituto di condurre studi clinici di elevata qualità che possono influenzare la pratica medica a livello internazionale”, afferma il prof. Alberto Zangrillo, primario dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Generale, Cardio-Toraco-Vascolare e dell’Area Unica di Terapia Intensiva Cardiologica e Cardiochirurgica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e ordinario di Anestesia e Rianimazione all’Università Vita-Salute San Raffaele. “I risultati ottenuti ci spingono a riconsiderare criticamente le strategie attuali e a concentrarci su approcci che abbiano dimostrato una reale efficacia nel migliorare gli esiti per i nostri pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca.”

La ricerca è stata finanziata dal Ministero della Salute (grant RF-2018-12366749).