
Quasi tutti ne hanno sentito parlare, ma solo 1 su 10 sa cos’è davvero. Il diabete di tipo 1 (T1D) è vittima di un paradosso: una malattia famosissima che la popolazione confonde sistematicamente con la sua variante più comune, il tipo 2. Secondo una recente indagine SWG per Sanofi, recentemente presentata a Milano, il quadro è allarmante: metà degli Italiani associa la patologia a stili di vita errati, ignorando che si tratti, invece, di una malattia autoimmune. L’opinione pubblica è ancora ostaggio di stereotipi che complicano la vita dei pazienti:
- “È la malattia dei bambini: falso. Sebbene l’esordio sia frequente in età pediatrica, il tipo 1 può colpire a qualsiasi età;
- Dipende dallo zucchero: falso. A differenza del tipo 2, il tipo 1 non è causato da dieta o sedentarietà, ma da un attacco del sistema immunitario verso il pancreas;
- Niente sport o dolci: falso. Con una corretta gestione dell’insulina, i pazienti possono condurre una vita normale, agonismo sportivo incluso”.
RISCHIO DIAGNOSI TARDIVA
Il vero pericolo è l’invisibilità dei primi segnali. Sete intensa, stanchezza cronica e perdita di peso improvvisa vengono spesso ignorati finché non si arriva in Pronto Soccorso per chetoacidosi, complicazione che può essere fatale. “La diagnosi avviene spesso in condizioni di emergenza”, sottolineano gli esperti durante l’evento Immunodiabetologia: una Nuova Era per il Diabete di Tipo 1. Intercettare la malattia nella fase “presintomatica” è la nuova frontiera per salvare vite e migliorare la qualità del percorso terapeutico. La prevenzione oggi passa per la consapevolezza dei fattori di rischio, spiegano:
- “Genetica. Avere 1 familiare di 1° grado con diabete di tipo 1;
- Autoimmunità. Soffrire già di celiachia o tiroiditi;
- Glicemia. Livelli di glucosio alterati (disglicemia)”.
Il diabete di tipo 1 non si previene con la dieta, ma con la conoscenza. Superare l’idea che sia una “colpa” legata allo stile di vita è il primo passo per una società più informata e per diagnosi più rapide. “Superare i falsi miti e migliorare la qualità dell’informazione – concludono – sono passaggi fondamentali per accompagnare il cambiamento scientifico verso lo screening precoce.”














