
Nato, sviluppato e attuato in Italia da centinaia di ricercatori distribuiti sul territorio nazionale tra il 2016 e il 2025, il progetto Interceptor ha portato a risultati potenzialmente molto importanti per l’approccio, la diagnosi e l’organizzazione dei servizi per le demenze in generale, in particolare per quella di Alzheimer. Come qualsiasi organo, anche il cervello invecchia, perdendo – a partire dai 50/60 anni – alcune capacità, in particolare di tipo cognitivo. Tra il fisiologico invecchiamento cerebrale e un invecchiamento invece patologico che provoca un quadro di demenza conclamata esiste un’ampia “zona grigia”, definita mild cognitive impairment MCI (decadimento cognitivo lieve); secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, nel nostro Paese sono oggi quasi 1milione, da cui ogni anno originano circa 100mila nuovi casi di demenza.
L’articolo Mild Cognitive Impairment-to-Alzheimer Dementia Progression Risk: the Contribution of the Interceptor Project, pubblicato su Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association, descrive la messa a punto di uno strumento innovativo per stimare il rischio di progressione da MCI a demenza, con particolare riferimento alla malattia di Alzheimer, entro un orizzonte temporale di 3 anni.
Lo studio nasce dai risultati del progetto nazionale Interceptor, coordinato dal prof. Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele Roma, già direttore della Neurologia presso il Policlinico Gemelli al lancio del progetto, nel 2018, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (prof. Vanacore), il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS (prof. Marra), l’IRCCS Istituto Neurologico Besta (prof. Tagliavini), l’IRCCS San Raffaele di Milano (prof.ssa Perani) e l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia (prof. Cappa, direttore scientifico al momento dell’avvio dello studio, dott.ssa Cotelli e dott. Redolfi) e il San Raffaele di Roma (prof. Vecchio). La prospettiva di pazienti e caregiver è stata garantita dal coinvolgimento dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer AIMA, rappresentata dal presidente, dott.ssa Patrizia Spadin.
Nell’ambito del progetto sono stati arruolati oltre 350 soggetti con diagnosi clinica di MCI, seguiti longitudinalmente per circa 36 mesi presso 19 Centri distribuiti in tutta Italia. Sono state adottate procedure armonizzate per le valutazioni cliniche, neuropsicologiche e strumentali. Durante il follow-up, il 29,6% dei partecipanti ha sviluppato una qualche forma di demenza e il 22,4% ha soddisfatto i criteri clinici fondamentali per la diagnosi di demenza di Alzheimer, con un picco di progressione osservato nel secondo anno di follow-up.
I DATI
Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori dell’Iss hanno sviluppato un modello predittivo inizialmente costruito su variabili sociodemografiche e cliniche (età, sesso, familiarità per demenza e livello di autonomia funzionale) e successivamente potenziato integrando test neuropsicologici e biomarcatori biologici e strumentali, tra i quali: le misure del liquido cerebrospinale relative alla patologia Alzheimer-correlata, in particolare il rapporto tra beta-amiloide e proteina tau; la volumetria dell’ippocampo mediante risonanza magnetica; le caratteristiche di flusso di sangue e di consumo energetico tramite PET-FDG; gli indici di connettività cerebrale derivati dall’elettroencefalografia; fattori genetici quali il genotipo ApoE. Il modello basato esclusivamente sui dati clinici ha raggiunto un’accuratezza predittiva di circa il 72%, che è salita a oltre l’82% con l’inclusione di biomarcatori selezionati, dimostrando come l’integrazione multimodale delle informazioni migliori significativamente la stima del rischio individuale.
L’esito finale dello studio è lo sviluppo di un nomogramma predittivo che consente la stima personalizzata della probabilità di progressione a demenza entro 3 anni e la classificazione delle persone con MCI in categorie di rischio basso, intermedio o alto. Lo strumento è stato progettato per essere utilizzato non solo in ambito di ricerca, ma anche e soprattutto nella pratica clinica routinaria e nei contesti di Sanità pubblica.















