Stoccolma. Cuore, reni e metabolismo: “Una sindrome poco conosciuta che colpisce 11milioni di Italiani”

Oltre 11milioni di Italiani convivono con la sindrome cardio-nefro-metabolica CKM, spesso senza saperlo. Colpisce contemporaneamente cuore, reni e metabolismo, intrecciando obesità, diabete di tipo 2, malattia renale cronica e malattie cardiovascolari in un circolo vizioso difficile da interrompere. Eppure, fino a pochi giorni fa, non esistevano linee guida dedicate. Il 09 giugno 2026, per la prima volta, 4 importanti Società scientifiche americane – American Heart Association AHA; American College of Cardiology ACC; American Diabetes Association ADA; American Society of Nephrology ASN – hanno firmato insieme le prime Linee Guida per la prevenzione, la diagnosi e la gestione della sindrome CKM, pubblicate simultaneamente su Circulation e sul Journal of the American College of Cardiology.

In questo contesto si è recentemente svolto a Stoccolma l’International Symposium on Cardiometabolic Risk and Vascular Disease - From Mechanisms to Treatment, una 2-giorni di lavori scientifici internazionali, co-organizzati da Fondazione Menarini e Karolinska University Hospital, che portano in Europa, a pochi giorni dalla pubblicazione, le novità di queste storiche linee guida. Presidente del congresso, il prof. Francesco Cosentino, direttore della Medicina Cardiovascolare del Karolinska Institutet e dell’Ospedale Universitario di Stoccolma e direttore del Laboratorio di Cardiologia Molecolare.

UN PROBLEMA ANCORA SOTTOSTIMATO

I numeri italiani sono eloquenti. Degli 11,6milioni di pazienti diagnosticati con la sindrome CKM nel nostro Paese (fonte Fondazione Charta, Osservatorio sulla Sindrome Cardio-Renale-Metabolica, 2024), 4,7milioni presentano in media 2,5 fattori di rischio contemporaneamente: il 79,6% è iperteso; il 67% ha il diabete di tipo 2; il 44,4% l’ipercolesterolemia; il 40% l’insufficienza renale. E la situazione è aggravata dal fatto che la maggior parte di questi pazienti non è a target terapeutico: il 72% non ha la pressione sotto controllo; il 47% non raggiunge i valori glicemici raccomandati; il 45% non è a target per il colesterolo.

Negli Stati Uniti la fotografia è altrettanto preoccupante: quasi il 90% degli adulti presenta almeno 1 fattore di rischio per la sindrome CKM. L’obesità da sola colpisce il 40% degli adulti Americani e il 21% di bambini e adolescenti. “Il peso globale della malattia è confermato anche dall’ultimo rapporto del Global Burden of Disease del Lancet (ottobre 2025)”, dichiara Cosentino. “Le malattie non trasmissibili costituiscono quasi i 2/3 della mortalità e della disabilità globali, e le prime 3 responsabili sono la cardiopatia ischemica, l’ictus e il diabete. La mortalità cardiovascolare è determinata per almeno 1/3 da fattori di rischio metabolici – ipertensione, aumento del BMI (body mass index, indice di massa corporea, ndr), iperglicemia, ipercolesterolemia e disfunzione renale – e il burden metabolico continua ad aumentare di pari passo con l’invecchiamento della popolazione.”

Fino a oggi diabete, malattia renale e patologie cardiache venivano trattati come problemi separati, affidati a specialisti diversi che raramente dialogavano tra loro. Le nuove linee guida americane segnano una svolta culturale prima ancora che clinica: impongono un approccio integrato e introducono un sistema di stadiazione in quattro livelli – dallo stadio 0, in assenza di fattori di rischio, allo stadio 4, con malattia cardiovascolare conclamata – per identificare il rischio prima che il danno d’organo sia irreversibile.

“La sindrome CKM sta diventando la causa predominante di rischio cardiovascolare nella popolazione, ma molte delle sue componenti non vengono messe a fuoco tempestivamente e questo ne peggiora gli esiti clinici”, dichiara il prof. Stefano Del Prato, presidente di Fondazione Menarini. “Non possiamo più permetterci di guardare al cuore, ai reni e al metabolismo come capitoli di patologia separati, a compartimenti stagni. Questi pazienti non possono essere rimbalzati dal cardiologo all’Endocrinologo al Nefrologo: il futuro della Medicina cardio-nefro-metabolica è superare i confini delle varie Specialità. Bisogna affrontare il problema della sotto-diagnosi della sovrapposizione di queste patologie.”

“Il razionale fisiopatologico di questo approccio integrato è molto solido”, prosegue Cosentino. “Adiposità, insulino-resistenza, disfunzione endoteliale, infiammazione cronica e attivazione neuro-ormonale si intrecciano e si alimentano a vicenda, determinando il progressivo avanzamento del danno aterosclerotico, il rimodellamento del miocardio, lo sviluppo della malattia renale e, in ultima analisi, la disfunzione multiorgano”.

RIVOLUZIONE FARMACOLOGICA

Al centro della discussione scientifica, 2 categorie di farmaci che negli ultimi anni hanno ridisegnato il panorama terapeutico: “Le gliflozine (inibitori SGLT-2), nate come ipoglicemizzanti, sono oggi somministrate anche a pazienti non diabetici per i loro documentati benefici cardiovascolari: riducono la mortalità globale e cardiovascolare, gli infarti, gli ictus e i ricoveri per scompenso cardiaco”, afferma ancora Cosentino. “Gli agonisti del GLP-1 e i dual agonist GLP-1/GIP, introdotti come farmaci anti-diabete e anti-obesità, hanno dimostrato potenti azioni anti-aterosclerotiche, trovando oggi indicazione nella malattia aterosclerotica cardiovascolare e nella riduzione di mortalità e ricoveri nei pazienti con coronaropatie. C’è una nuova generazione di farmaci che deve essere conosciuta e utilizzata non solo da Endocrinologi e Diabetologi, ma da Internisti, Cardiologi e Nefrologi, perché estremamente efficace nei pazienti con comorbilità cardiometabolica.”

STILE DI VITA, LA “TERAPIA DIMENTICATA”

Accanto alla rivoluzione farmacologica, il simposio riporta al centro dell’attenzione lo strumento più antico e ancora insostituibile per combattere queste patologie, vale a dire lo stile di vita: “Abbiamo dei tool farmacologici molto potenti oggi, ma non dobbiamo dimenticare lo stile di vita”, dichiara Cosentino. “2 studi pubblicati quest’anno confermano il valore di questo approccio: il Diabetes Prevention Program statunitense e il Da Qing Diabetes Prevention Outcome Study cinese hanno dimostrato che un miglioramento della dieta e dell’attività fisica non si limita a prevenire l’insorgenza del diabete, ma ha un effetto protettivo cardiovascolare significativo attraverso la remissione del pre-diabete (che oggi più correttamente chiamiamo ‘iperglicemia intermedia’). Passare da una condizione di disglicemia alla normo-glicemia si traduce in una protezione a lungo termine dalle complicanze cardiovascolari. Un dato tanto più urgente di fronte ad una generazione di bambini obesi fin dall’infanzia, con rischio cardiovascolare che si anticipa drammaticamente.”